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CAMBIANO - Da Embraco a Varroc, la domanda resta la stessa: perché la politica industriale territoriale comincia sempre quando la crisi è già arrivata? «In questi giorni abbiamo iniziato a vedere anche a Cambiano i primi politici davanti ai cancelli, proprio come accadde a Riva presso Chieri nel 2017-2018 -osserva Dario Kafaie, presidente del Gruppo Imprese Chieresi- E cominciamo a leggere i primi comunicati roboanti nei quali si proclama l'unità territoriale, magari proprio da parte di chi, negli anni, non ha sostenuto i progetti volti a migliorare le condizioni per investimenti sul territorio e a sostegno della competitività delle aziende già insediate».

Per Kafaie, la vicenda Embraco avrebbe dovuto lasciare una lezione precisa: «Non basta arrivare davanti ai cancelli quando una fabbrica è in crisi e riscoprire in quel momento l'unità del territorio. Il rischio è che si ripeta sempre lo stesso copione: prima l'immobilismo, poi la crisi, poi i cancelli, i comunicati stampa e infine la promessa di fare squadra, quando ormai è troppo tardi».

Il riferimento da parte del GIC è anche all'esclusione del territorio chierese dalle agevolazioni dell'area di crisi industriale di Torino durante la vicenda Embraco, poi amaramente conclusasi con la chiusura dello stabilimento. «A distanza di pochi anni, oggi siamo nuovamente nella medesima situazione, questa volta a Cambiano, perché nel frattempo nulla è cambiato. Ma l'unità territoriale non si proclama: va costruita prima, con lungimiranza e pianificazione».

Secondo Kafaie, significa intervenire sulle condizioni che permettono alle imprese di investire e restare: infrastrutture, trasporti, accessibilità delle aree produttive, formazione, innovazione e capacità di trattenere giovani e talenti. «Negli ultimi anni abbiamo presentato progetti e proposte finalizzati proprio a migliorare queste condizioni, ma non hanno trovato il necessario sostegno da parte delle Istituzioni locali, anche se fortunatamente non tutte. Per questo, oggi, siamo contro l'unità territoriale “a intermittenza” proclamata da diversi politici».

Il GIC richiama quindi una linea portata avanti dal 2019: la competitività delle imprese è anche una responsabilità del territorio. «Dipende dalla possibilità di raggiungere uno stabilimento senza perdere ore nel traffico, da un trasporto pubblico che permetta a un giovane senza automobile di andare a lavorare, dalle infrastrutture fisiche e digitali, dalla disponibilità di aree produttive adeguate, dalla rapidità delle autorizzazioni e dalla possibilità di trovare tecnici, operai specializzati, ingegneri e giovani talenti. Sono condizioni elementari per fare impresa in modo competitivo».

Il GIC richiama quindi una linea portata avanti dal 2019: la competitività delle imprese è anche una responsabilità del territorio. Tra le proposte citate dall'Associazione ci sono la riorganizzazione del TPL sulla base dei flussi reali di lavoratori, cittadini e studenti studiati a livello integrato territoriale e non su ogni singolo Comune; la nuova uscita A21 di Masio, a Poirino, per alleggerire la viabilità esistente; il completamento dei collegamenti ciclabili con le aree produttive, la digitalizzazione delle aree industriali; il confronto sulla ZES in Piemonte e le iniziative dedicate a formazione, giovani e valorizzazione del capitale umano.

«Non possiamo aspettare ogni volta il prossimo caso-Embraco per scoprire che serve una politica industriale territoriale; non possiamo mobilitarci soltanto quando arrivano i licenziamenti. Le passerelle davanti ai cancelli di una fabbrica che chiude servono ai politici e non ai lavoratori, perché, spenti i riflettori, tutti si dimenticano delle difficoltà delle imprese e dei loro lavoratori -ragiona Kafaie- L'unità territoriale si costruisce nel momento in cui va deciso dove mettere le infrastrutture, come organizzare il trasporto pubblico, come rendere accessibili le aree produttive, come collegare scuola e impresa, come sostenere gli investimenti e come rendere conveniente per un'azienda restare e crescere in un dato territorio. La vicenda Varroc deve diventare, quanto meno, l'occasione per riflettere sulle condizioni strutturali che permettano al Chierese di trattenere imprese, giovani e lavoro. Ciò non significa che le crisi aziendali non possano verificarsi, ma un territorio competitivo e resiliente dispone di maggiori strumenti per assorbire gli shock, riconvertire le attività e attrarre nuovi investimenti».

E conclude: «Se vogliamo davvero parlare di sviluppo territoriale, cominciamo a costruirlo quando le aziende stanno ancora investendo, quando i giovani stanno ancora scegliendo dove lavorare e quando davanti ai cancelli non c'è ancora nessun presidio».