MIRAFIORI - Per oltre undici anni aveva lavorato come operaio nelle fonderie dello stabilimento Fiat i Mirafiori, a Torino, esposto all’amianto. Un’esposizione professionale riconosciuta dal Tribunale di Potenza nella sentenza, oggi definitiva, che ha accertato il legame tra l’amianto respirato durante la vita lavorativa e il mesotelioma pleurico che lo ha portato alla morte nel 2018. A ottenere giustizia è stata la moglie, che per dieci anni ha continuato la battaglia contro l’Inail iniziata dal marito quando era ancora in vita.
Il lavoratore aveva appena 17 anni quando, nel giugno del 1958, entrò nello stabilimento Fiat di Mirafiori, dove rimase fino alla fine del 1969, impiegato nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti. Gli accertamenti svolti nel corso del processo hanno ricompreso anche gli anni trascorsi alla Fiat nel lungo periodo di esposizione professionale all’amianto riconosciuto dal Tribunale. Complessivamente sono stati accertati 16 anni e 7 mesi di esposizione.
Dopo l’esperienza alla Fiat, l’uomo passò al settore dei trasporti come autista per una società di Bari, dove si occupò anche della movimentazione dei materiali in amianto prodotti dalla Fibronit, e proseguì presso la cementifera Sami di Bari, dove continuò a occuparsi del carico e dello scarico di materiali cancerogeni. Quando nel 2016 gli venne diagnosticato il mesotelioma, il lavoratore chiese all'Inail il riconoscimento della malattia professionale, ma la richiesta venne respinta perché l’Istituto riteneva insufficiente la documentazione prodotta. Dopo la sua morte, avvenuta nel giugno 2018, la moglie, attualmente residente nel Potentino, ha scelto di portare avanti fino in fondo la battaglia che lui aveva iniziato quando era ancora in vita.
Ma anche la nuova domanda venne respinta e nel 2021 la donna, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, decise di rivolgersi al Tribunale. Una battaglia diventata per lei anche una questione di memoria dell’uomo e di giustizia. Nel corso del processo, le testimonianze e gli accertamenti hanno confermato la lunga esposizione all’amianto e il nesso causale con il mesotelioma. A dieci anni dall’inizio di quel percorso, la battaglia portata avanti dalla vedova si è conclusa con la sentenza definitiva del Tribunale di Potenza, che ha condannato l’Inail a riconoscere le prestazioni dovute. Secondo i calcoli dell’Ona, gli arretrati ammontano a circa 150 mila euro, mentre alla vedova spetta una rendita ai superstiti di circa 1.500 euro al mese, oltre alle maggiorazioni previste dal Fondo Vittime dell’amianto.
«La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Una sentenza che restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla sua memoria – dichiara Bonanni – è inaccettabile che al dolore per la perdita si aggiunga il peso di anni trascorsi a dimostrare ciò che avrebbe dovuto essere riconosciuto molto prima. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare».
L’Ona offre servizio di consulenza legale e medica gratuita tramite il numero verde 800 034 294 e il sito www.osservatorioamianto.it

