Approcciare l’anno nuovo con la speranza che nel 2026 le cose si semplificheranno sul fronte della cybersecurity può suonare rassicurante ma i numeri ci raccontano una realtà molto diversa.
Se guardiamo i segnali concreti arrivati nel 2025, la direzione è chiara: più attacchi, sempre più sofisticati e più frequenti. E la vera differenza, per persone e aziende, non la farà la reazione dopo il disastro, ma la capacità di prepararsi e prevenire.
Al giorno d’oggi, il tema della cybersecurity non dovrebbe essere più confinato agli addetti ai lavori. La differenza la fanno buone abitudini, procedure chiare e scelte consapevoli.
I numeri che spiegano perché il 2026 fa paura (sul serio)
Nel primo semestre 2025, il Clusit ha registrato un record storico di incidenti cyber gravi a livello globale. In Italia, gli incidenti noti di particolare gravità sono stati 280, con una crescita a doppia cifra rispetto all’anno precedente.
Non è solo una questione di quantità. A preoccupare è la qualità degli attacchi: il cybercrime è sempre più organizzato, come dimostrano la scala e la frequenza di campagne automatizzate, anche dirette verso bersagli “normali”. PMI, professionisti, utenti singoli. Nessuno escluso.
Phishing, deepfake e fiducia usata come arma
Se c’è un rischio che nel 2026 diventerà ancora più forte, è il social engineering potenziato dall’AI. Email, messaggi vocali e persino video falsi, ma tremendamente credibili. Il classico “clicco perché mi fido” diventa l’anello debole.
Nel 2025 si sono viste decine di campagne phishing tematiche dirette agli utenti italiani, spesso legate a servizi quotidiani come pagamenti e identità digitali. Nel 2026 queste campagne non spariranno. Diventeranno più mirate, più frequenti e più difficili da distinguere.
Ransomware e supply chain: il colpo non arriva mai da solo
Passiamo a un altro trend che non vuole rallentare, quello dei ransomware. Ma attenzione, perché il modello sta cambiando. Si basa sempre meno su un “attacco singolo”, e sempre più sull’effetto domino.
Ad esempio, viene colpito un fornitore, un software usato da tutti, un servizio esterno. E da lì, gli aggressori possono diffondersi e arrivare ovunque. Nel 2026, per molte aziende, il vero rischio non sarà “essere attaccate”, ma correre rischi indiretti a seguito di violazioni collaterali.
Prepararsi significa mappare fornitori, accessi, relazioni digitali. Ovviamente, non bisogna farsi guidare dalla paranoia ma da un realismo qualificato.
VPN, traffico P2P e superficie d’attacco che si allarga
In un contesto lavorativo ibrido, fatto di smart working e flessibilità, dovendosi appoggiare a reti non sempre affidabili, il traffico P2P (anche legittimo) mette a rischio indirizzi IP, connessioni e dati. Nel 2026, con più controlli ma anche più intercettazioni, ignorare questo aspetto è un errore da evitare.
Una VPN che supporta il P2P (anche detta VPN P2P), con kill switch e protezione DNS, non è la soluzione a tutti i mali. Ma è una misura preventiva concreta, soprattutto per chi lavora da remoto e deve accedere a reti condivise. Ribadiamo, questa soluzione tecnologica non risolve ogni guaio ma riduce la superficie d’attacco.
Perché prepararsi ora (e non “quando succede”)
Aspettare l’incidente significa:
- fermare l’attività;
- perdere i dati;
- spiegare ai clienti “cosa è successo”;
- spendere molto di più a causa di tutte le ramificazioni legali.
Capire in che direzione stanno andando le minacce permette invece di:
- formare le persone in tempo utile;
- impostare procedure chiare;
- scegliere strumenti adeguati;
- evitare errori banali ma costosi.
Il 2026 premierà chi inserisce la cybersecurity all’interno delle proprie procedure, evitando un approccio tardivo, che vede gli strumenti di sicurezza come una polizza assicurativa. Bisogna analizzare i dati, guardare i trend in Italia e fare la propria mossa prima che la faccia qualcun altro al posto nostro.

